Luciano Fiorino va al… Massimo «Onore, orgoglio e responsabilità»

L’intervista dopo la nomina alla fondazione lirica del teatro palermitano. «Spero di attivare retiche possano creare positività anche a Messina»

Dal vertice del teatro Vittorio Emanuele, di cui è stato presidente in una delle fasi più tormentate della sua già tormentata storia, al Consiglio della fondazione lirica Teatro Massimo di Palermo. Una delle più importanti realtà culturali d’Italia. Il “salto”, per Luciano Fiorino, è di quelli importanti. Una nomina ministeriale, per un incarico di prestigio ma anche di responsabilità. E che può rappresentare motivo d’orgoglio anche per la città, in un momento storico in cui le soddisfazioni, dal punto di vista culturale (nel senso più ampio), non sono certamente copiose. 

«Sono molto onorato – ci confida Fiorino – per la fiducia che il ministro per i Beni Culturali ha scelto di riporre in me, per un incarico così delicato e prestigioso. La Fondazione lirico sinfonica Massimo di Palermo è una delle più importanti tra quelle istituite dallo Stato italiano. Un teatro di una bellezza mozzafiato, il più grande d’Italia e il terzo in Europa, visitato ogni hanno da migliaia di persone. Una eccellenza italiana, caratterizzata da una struttura organizzativa di elevatissime professionalità di cui sono onorato entrare a far parte».

Qual è l’approccio con cui inizia questa nuova esperienza, da messinese in “trasferta” nella vicina Palermo?

«Sento chiaro e forte il senso di orgoglio e di responsabilità che questo ruolo porta con sé, come già è stato al Teatro Vittorio Emanuele. Porterò con me lo stesso impegno e la stessa passione. E vorrei impegnarmi anche ad attivare reti che possano produrre positività culturale anche nella mia città, sopratutto in un momento come questo».

Ecco, un momento come questo. Che momento culturale vive la città?

«L’area culturale pubblica vive un momento di stasi, anche se si può contare sempre sulla dinamicità ed il coraggio delle realtà private».

Cosa manca?

«Manca una visione culturale complessiva. Non c’è un progetto. Se ci fosse, si potrebbe giudicare quello, ma se ne avverte la mancanza».

Una mancanza di cui ha sofferto in primis il Vittorio Emanuele, e lei lo sa bene.

«Il Teatro ha vissuto un anno senza Cda. E nonostante il lavoro del soprintendente, questa è una lacuna che finisce per pesare. Se dovesse finalmente sbloccarsi, come sembra, la costituzione del Cda, mi auguro che si possa ripartire con lo slancio che questa città merita».

In cosa ha pesato l’assenza dell’organo amministrativo?

«Si torna sempre allo stesso problema che investe, in generale, il settore culturale della città. Sì, è vero, c’è stato un commissario ad acta, e devo dire che ha operato con una grandissima passione. Ma nel suo mandato c’erano una serie di compiti tra i quali mancava, ovviamente, quello più importante. Una visione di politica culturale di più ampio respiro. Della quale adesso c’è bisogno più che mai».

FONTE

Gazzetta del Sud

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