Il Ministro Bonisoli contro Giambrone, uomo chiave del Teatro Massimo di Palermo

Una vicenda piccola, ma neanche troppo. Inquietante per la forma, la sostanza e la capacità di interpretare certe ipocrisie che il potere incarna, quando il senso delle cose si allontana, assieme alla misura. L’epilogo, scritto nero su bianco nella serata di oggi, 16 agosto, è per fortuna il migliore, ma la storia vale la pena raccontarla.
Accade che il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli, a pochi giorni dal Ferragosto, nel mezzo della più goffa e allucinata crisi di governo dell’era repubblicana, si sia preoccupato di intervenire nel merito di un’eccellente nomina palermitana. Il soprintendente del Teatro Massimo Francesco Giambrone – uomo colto, manager culturale di lungo corso, con una solida esperienza istituzionale – per Bonisoli era figura sbagliata. Da far saltare.

Così si premurò di scrivere in una sintetica nota, indirizzata lo scorso 13 agosto al Sindaco Leoluca Orlando, commentando le scelte della Fondazione che quel teatro governa, preservandone il prestigio e proiettandolo in avanti. Un teatro che è un gioiello del Liberty europeo, progettato a fine Ottocento da Giovan Battista ed Ernesto Basile, tra rimandi all’estetica classica, intagli raffinati, ispirazioni ed elementi decorativi pescati persino dalle antiche collezioni archeologiche del Museo Salinas. Incastonato nel centro storico della città, il Massimo riluce e giganteggia tra l’arteria principale di Via Maqueda e l’ampia Piazza Verdi, con tutta la sua sobria opulenza e la sua monumentalità da record: è il più grande edificio teatrale lirico d’Italia, uno dei maggiori d’Europa, terzo dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna.
E restò chiuso, questo splendido gigante, tra il 1974 e il 1997, a causa di in restauro epico, mai portato a termine, e di una mala gestione culturale, che negli anni dello strapotere mafioso, degli abusi edilizi, dei legami taciti tra politica e criminalità organizzata, era segno manifesto del lungo silenzio civile in cui Palermo affondava, prima di imboccare la via nuova.
La celebre frase incisa sul frontone, di attribuzione incerta, fu monito tragico durante quella stagione ed è ancora formula magica, amuleto, aforisma identitario, patrimonio collettivo: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire“. Nell’idea di cultura come nutrimento della weltanschauung e strumento per la costruzione del futuro c’è tutto il senso di una strategia politica alta, la stessa che oggi nel Paese fatica a radicarsi, a ritrovare spazio, tempo, generosità, comprensione.

Il Teatro Massimo riaprì i battenti dopo 23 anni, nella potenza simbolica di una resurrezione che spezzava l’incantesimo oscurantista: alla guida della città c’era Leoluca Orlando. Un Sindaco che la questione culturale ha saputo renderla virtuosamente politica, facendone orizzonte, scommessa, visione, terreno di crescita locale e di rilancio internazionale. E Orlando, che ancora oggi governa la città, al Sovrintendente Giambrone è vicino da sempre: compagni di viaggio e di progetto, politicamente e culturalmente alleati. Profondo il rapporto di fiducia anche tra il Primo Cittadino e l’ex Senatore Fabio Giambrone, fratello di Francesco, nel 2019 investito del ruolo di Vicesindaco. E qui l’inciampo, l’insidia, l’occasione per accendere la miccia del sospetto.
Il mandato del Sovrintendente era in scadenza. A riconfermarlo, come da prassi, il Ministro dei Beni Culturali, dietro indicazioni del Consiglio d’Indirizzo della Fondazione. Ma qualcosa si è inceppato in questa prassi solitamente senza ostacoli. Il CdI (organismo composto da cinque membri, oltre al Sindaco) conferma Giambrone, sulla scorta dell’ottimo lavoro svolto, ma Bonisoli racchiude in una lettera le sue perplessità, con uno stupefatto moto d”inquietudine” (addirittura). Motivi? La diretta parentela tra il Sovrintendente e il Vicesindaco. La quale, secondo le premure del Ministro, rischiava di rappresentare un “segnale sbagliato per la città”. Da qui la richiesta di valutare l’effetto che un simile legame avrebbe potuto avere “su chi partecipa alla vita del teatro“.
Insomma, la casta, gli amici, i favori, l’autonomia del teatro rispetto alla politica, le corsie preferenziali. L’impronta è quella populista, del Movimento 5 Stelle che fu – di cui Bonisoli è illustre esponente – quando ancora la distanza dal potere rendeva credibili (quantomeno ai più ingenui) battaglie giustizialiste ed eccessi di purismo, poi ampiamente smentiti nella perfetta continuità con quel sistema che si intendeva disinnescare, occupandolo. E però, Bonisoli decide che è tempo di fare il grillino a Palermo, cercando guizzi di autorevolezza nel gioco dell’insinuazione: Giambrone sta là perché ‘parente di’? Magari no, ma se qualcuno lo pensasse? Difendere il politically correct, ad ogni costo. Anche quando danneggia la comunità. Perché la verità è una sola. Giambrone quel teatro lo ha curato, guidato, amato e fatto fiorire, con tutta la competenza e la serietà che erano necessarie. E che Palermo gli riconosce, trasversalmente.

Non si contano i commenti sbigottiti, persino indignati, dinanzi a questa intromissione del Ministro nella vita culturale cittadina e nei destini di un teatro che di quei luoghi è simbolo nobile, prezioso. Al di là della risposta piccata di Orlando – “appare quantomeno inusuale che il ministro della Cultura, non avendo argomenti formali e giuridici di alcun tipo e aspettando la vigilia di Ferragosto, nonché la scadenza del periodo di proroga del sovrintendente Francesco Giambrone, adduca argomenti del tutto incongrui e pretestuosi“ –  una valanga di solidarietà si è riversata tra le pagine dei giornali e i social network. Durissimo Enrico Del Mercato su Repubblica, che ha definito Bonisoli un Ministro “informato a metà”, sottolineando che la vera notizia sarebbero le “vette di eccellenza” raggiunte sotto la gestione Giambrone, “nella produzione artistica, nel successo di pubblico e nello standing internazionale”.
E così, sui loro profili Facebook, hanno scritto parole di supporto decine di protagonisti della scena culturale siciliana e nazionale. Piene di trasporto quelle dell’architetto e professore universitario Maurizio Carta, a difesa di chi “ha fatto diventare tutti noi fratelli e sorelle del teatro, della musica lirica, del balletto, portando la cultura dentro la nostra vita e nei luoghi della rinascita, facendo suonare la città come una grande orchestra”, mentre non hanno dissimulato il loro disappunto Roberto Garufi, neo direttore del Museo Pepoli di Trapani (“Argomentazioni scandalose di un ministro inadeguato”), e Caterina Greco, neo direttrice del Museo Archeologico Salinas (“Giambrone è un grande uomo di cultura e come Sovrintendente del Teatro Massimo ha dato lustro, visibilità internazionale e identità a una delle più importanti istituzioni della città di Palermo, il teatro più bello d’Italia. Il Ministro ci ripensi”).
E ancora Davide Enia, stimato attore, regista e sceneggiatore (“Io di minchiate ne ho sentite tante e tante ne ho dette, ma una minchiata così colossale come quella che ha bloccato la riconferma di Giambrone al Teatro Massimo, onestamente, mai. Com’è misera la vita negli abusi di potere”), così come Alessandro Rais, direttore della Sicilia Film Commission (“Una dichiarazione davvero imbarazzante: inquietante e assolutamente inopportuna pare piuttosto l’affermazione del ministro, non certo la conferma del Soprintendente, che si basa su valutazioni tecnico-scientifiche, precise e circostanziate”). Arrivando persino all’area ministeriale, con i messaggi di Alessandro Pontremoli, presidente della Commissione Danza del Mibac (“Solidarietà assoluta all’ottimo Francesco Giambrone”) e di uno “sconcertato” Guido Di Palma, che al Ministero presiede la Commissione Prosa e che in un lungo post ha parlato di “atto dovuto”, a proposito della conferma di Giambrone, nel nome di un teatro che in questi anni ha incarnato l’idea di “servizio pubblico”, tornando ai suoi “essenziali compiti sociali e artistici”.

È allora figlia di un cliché, quella lettera bizzarra. Subdolo passaggio di un copione che è già venuto a noia. Quando lo spettro del familismo e delle lobby diventa nevrosi, esercizio retorico, ossessione ingenua, a rimetterci è la qualità, nel nome del peggiore bon ton talebano. In altri termini, chi se ne frega dei padri e dei fratelli, se il lavoro è serio e i risultati visibili, documentati, decisivi. Il Massimo di Palermo, stando all’ultimo report pubblicato, ha chiuso il 2018 con l’84,4% di riempimento della Sala Grande, con un incremento del 37,6% rispetto al 2013, oltre a un complessivo aumento del 44% di spettatori e del 43% di abbonamenti. Quattro anni di accelerazione e di vitalità estrema, per un teatro che oggi è aperto 278 giorni all’anno per gli spettacoli e ogni giorno per le visite guidate.
Ma anche un teatro più giovane e comunicativo: non si contano le attività rivolte alle scuole e ai bambini, mentre rispetto al 2016 si è registrato un +9% di spettatori under 35 e rispetto al 2014 un + 122% di utenti unici sul sito, con un + 208,4% di biglietti on line, calcolato sui dati del 2015. Quanto all’aspetto finanziario, + 58,5% di ricavi propri,  a confronto col 2014, e +325,5% di contributi privati e misure Art Bonus. E poi l’innovazione in scena, citando come esempi il gigantesco albero del “Guglielmo Tell” di Rossini o le scene costruite con la stampante 3D di “Fra Diavolo” di Auber, vocazione perseguita anche nel 2019 con la spettacolare “Turandot” ambientata in una fantascientifica Cina del futuro, a cui hanno dato il loro contributo radicale i videoartisti russi AES+F.E infine la solidarietà, fiore all’occhiello di una Palermo che sta costruendo la propria immagine sull’idea di accoglienza, umanità, partecipazione, multiculturalità: OperaCamion e L’Elisir di Danisinni sono progetti che hanno coinvolto quartieri difficili, a rischio di esclusione, superando lo stereotipo del teatro lirico elitario, inaccessibile, ultra borghese.

Tutto questo porta la firma – oltre che dei tanti lavoratori, funzionari, dirigenti, operai, artisti, consulenti – di chi il teatro lo guida, dal 2014 in qua. E che per fortuna continuerà a guidarlo. Così ha deciso il teatro stesso, nonostante le pruderie del Ministro. La convocazione d’urgenza del CdI, in un caldo 14 agosto, ha posto un nuovo sigillo sull’imbarazzante diatriba. Restituiti al mittente sospetti ed illazioni: la conferma è giunta all’unanimità. Cinque voti su cinque, incluso quello – coraggioso – di Luciano Fiorino, rappresentante del Ministero dei Beni Culturali.
La parola è così tornata a Bonisoli. Il quale aveva due strade davanti: insistere, tramutando in psicodramma la vicenda e mettendosi contro una città intera; oppure prendere atto e alzare le mani. La seconda opzione, naturalmente, era la più saggia. La sera del 16 agosto – col teatro già senza una guida, essendo scaduta anche la prorogatio di 45 giorni – è arrivato l’ok, con la firma del Ministro al nuovo incarico.
E nessuno poteva davvero sapere come si sarebbe risolto il busillis. L’attuale legge, che regola le nomine dei vertici delle fondazioni teatrali, introdotta nel 2013 dall’allora Ministro della Cultura Massimo Bray, non scende nel dettaglio di eventuali conflitti: il Ministro nomina i Sovrintendenti su proposta del Consiglio. Stop. E a meno che non esistano impedimenti gravi e oggettivi, è dal Consiglio che deve venire fuori l’identikit dell’uomo migliore.

Mai era accaduto che da Roma si levasse una voce contro le indicazioni delle fondazioni. Sulla scorta, per altro, di vacue retoriche gentiste, al di là delle quali si intravede il solito piazzismo politico, in certi casi pure legittimo, ma quasi sempre antipatico.
Ora, se Bonisoli vuol nominare suoi uomini di fiducia nei teatri lirici d’Italia, ne ha facoltà. Cambi prima la legge, passando dal Parlamento. Sarebbe una mossa assai più cristallina rispetto al fiacco populismo delle indignazioni epistolari, dietro cui nascondere un banale desiderio di controllo, di spoil system, di gestione allargata del potere. Che ci sta, nulla di trascendentale. Ma restando dentro i paletti delle norme. E salvaguardando, soprattutto, la qualità.
Per i palermitani quel luogo, restituito dopo 20 anni d’abbandono, è più di un teatro lirico. È strumento di memoria, metafora di liberazione, monumento al futuro e immagine di una comunità che scansa le logiche tossiche del crimine e della rassegnazione. Il rispetto dei luoghi è rispetto dei simboli, delle persone, di una storia nazionale fatta di mille storie locali. La politica è qui, non altrove.

FONTE

Artribune

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